Google Shopping, antitrust: sanzione miliardaria?


1,30 miliardi di euro (1,45 miliardi di dollari secondo il Financial Times). A tanto potrebbe ammontare la sanzione commissionata dall’antitrust EU al gruppo di Mountain View, al termine dell’indagine riguardante Google Shopping, uno dei tre procedimenti in corso che si protrae da ormai circa sette anni. Una cifra che supererebbe quella record del 2009 che ha colpito Intel.

L’indagine ha posto l’attenzione sulle modalità con le quali la società mostra i risultati indicizzati nel motore di ricerca in seguito a una query digitata da chi naviga: secondo l’accusa, bigG avrebbe favorito il proprio servizio a discapito della concorrenza, inficiando così la libertà di scelta da parte dei consumatori. La posizione di Google è ben nota ed esposta chiaramente in un intervento datato novembre 2016, in cui l’azienda sottolinea come nel corso degli anni abbia lavorato sodo per portare all’attenzione dei navigatori risultati sempre più in linea con le loro esigenze, migliorando via via la qualità generale del servizio.

Non siamo mai scesi a compromessi con la qualità o la rilevanza delle informazioni che abbiamo mostrato; al contrario, le abbiamo migliorate. Questo non significa “favorire”, significa ascoltare i nostri clienti.

La legislazione nel vecchio continente prevede che sanzioni di questo tipo possano raggiungere un ammontare pari al 10% del fatturato di un gruppo. Nel caso di Shopping, verrebbe moltiplicato il 30% del ricavato del servizio per il numero degli anni in cui sarebbe stato protratto l’abuso.

Utilizzare il condizionale è d’obbligo, al momento, poiché non sono giunte comunicazioni ufficiali. Abbiamo interpellato Google per un commento, che verrà eventualmente integrato in questo articolo. Nel caso in cui l’indiscrezione del Financial Times dovesse rivelarsi concreta, la società californiana avrà a disposizione circa tre mesi per elaborare una soluzione. Le altre indagini in corso riguardano le presunte imposizioni applicate ai produttori di dispositivi Android e le pratiche di advertising.



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