Denunciato Facebook per gli insulti a Bebe Vio


Una squallida, subumana pagina di insulti sessuali a Bebe Vio ha convinto il Codacons a denunciare Facebook, mentre la campionessa olimpica denuncerà i gestori. Un altro esempio, purtroppo, dello specchio dell’orrore che rappresentano certe pagine e certi gruppi in Rete, ai quali è complicato opporre un controllo certosino.

L’associazione dei consumatori – non nuova a esposti di questo genere nei confronti di soggetti del web ritenuti responsabili di “omesso controllo” – ha contattato due procure, la polizia postale e l’Agcom per far fronte all’aggressione subita da Bebe Vio, invitando le autorità ad utilizzare «ogni strumento investigativo consentito dalla legge per accertare e verificare se i fatti esposti possano integrare fattispecie di illecito civile, amministrativo e penale». Bebe Vio, dal canto suo, ha appena annunciato di voler denunciare gli autori della pagina social che la prendeva di mira.

Il problema sorto, com’è immaginabile, è il ritardo col quale Facebook ha risposto alle segnalazioni, nonostante fosse davvero impossibile confondere titolo e contenuti della pagina (che non riportiamo per rispetto verso i lettori) per qualcosa anche solo lontanamente compatibile con gli standard del sito. Su Facebook, infatti, è assolutamente vietato discriminare e insultare le persone per i loro handicap. Come spiega il Codacons nel suo comunicato, la denuncia arriva dopo una risposta inaccettabile, anche se usa il condizionale e rimanda alle autorità il compito di verificare:

Numerosi utenti di Facebook hanno segnalato la pagina attraverso i canali messi a disposizione dal social network; tuttavia gli amministratori del sito avrebbero risposto che la pagina rispetta gli standard dello stesso e, per tale motivo, la stessa sarebbe rimasta visibile per molto tempo sul web.

Il problema dei gruppi, e degli algoritmi

Se n’è parlato a proposito dei gruppi: bisogna contemperare la giusta volontà di censurare e sanzionare persone che hanno comportamenti che non verrebbero mai accettati offline, con la natura complessa e matematicamente gigantesca del web e nella specie di un social network, dove ogni istante vengono create migliaia di pagine, milioni di video, e centinaia di ore di video. Un certo ritardo del social nel rispondere è comprensibile. Tuttavia, è quando risponde che una data pagina “non viola gli standard della community” che si capisce che c’è qualcosa che non va. E i buoni propositi dei documenti condivisi sembrano fatti d’aria.

D’altra parte lo ha ammesso anche lo stesso Zuckerberg in una lettera la scorsa settimana: la missione del Facebook che verrà e acquisire una maggiore sensibilità culturale, non pensare di organizzare centralmente il pensiero sovrastante una valutazione di opportunità. Non è dimostrato (ma in Germania ne sono convinti), tuttavia è plausibile pensare che se gli utenti avessero potuto contare su un team presente in Italia, la reazione a una pagina del genere sarebbe stata più veloce. Manca la prova, e sarebbe interessante almeno un esperimento.
Sulla consistenza della denuncia, invece, si sospende il giudizio ma è difficile: ad oggi, e per una precisa legge europea, i siti come Facebook non sono responsabili dei contenuti che gli utenti vi pubblicano.



Source link